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Fermo Immagine: l’osservazione alla base della prevenzione

Nell’era digitale plasmata sui criteri dell’immediatezza e dell’efficienza, della produttività fulminea, della diffusione della forma a volte drammaticamente priva di contenuto, spesso a scapito della riflessione, del procedere lento del tempo necessario alla metabolizzazione degli eventi fissati ora, come in nessun altro periodo storico in immagini, la velocità sembra essere il leit motiv principale che guida le nostre azioni,  i nostri comportamenti quotidiani, nonché a volte drammaticamente i nostri pensieri. Questo, insieme a molti altri che prenderemo in considerazione in queste pagine, è uno dei tanti effetti dello tsunami virtuale, e dell’erosione da esso creata nel momento in cui, ancora troppo spesso inconsapevolmente, la facilitazione della produttività a vantaggio di un tempo quotidiano che avrebbe dovuto mettere al centro la qualità affettiva, relazionale e produttiva delle nostre esistenze, è stata ribaltata, nella sua estremizzazione deleteria, da un utilizzo non funzionale della tecnologia che cattura e cancella se non utilizzata con il criterio base per la quale è stata fondata: aiutarci a migliorare per l’appunto la nostra vita quotidiana, il nostro essere al mondo.

Il fermarsi a riflettere, il sospendere riflessivamente l’attimo, nel tentativo di comprendere i nessi del nostro agire, viene visto, a seconda dei casi e delle sfumature generazionali come una perdita di tempo, un’ impossibilità pratica, che molto spesso cela il timore e la paura di andare più a fondo per osservare e tirar fuori nessi causali che nel momento in cui vengono toccati con mano dovrebbero essere affrontati, mentre spesso nel ritorno del boomerang si preferisce nascondere la testa sotto la sabbia, procedere ed andare avanti. La rete in questo è un nostro alleato funzionale, ci distrae e distrae dal flusso di eventi che a volte non ci piacciono, e una delle prime indicazioni dell’educazione digitale è tenere in mente che le dita nel touch screen possono sfuggirci di mano e portarci a gesti automatizzati in cui il cervello, pilota primario delle nostre azioni, si spegne e sull’onda della velocità e del multitasking, baluardo della prontezza adolescenziale, perde il suo essere protagonista attivo delle nostre azioni. 

Una delle regole quindi dell’azione delle dita che si muovono nel touch screen è quella di tenere sempre attiva la nostra riflessione, il nostro cervello, e abolire comportamenti passivi e passivizzanti che possono farci correre il rischio di essere governati da uno strumento che, non smetterò mai di ripetere, è nato per esserci di ausilio e non di ostacolo al nostro vivere quotidiano. Primo tassello preventivo dell’educazione digitale: fermarsi per ragionare e avere chiaro cosa si sta facendo nel momento in cui si naviga in rete per motivazioni varie. Stiamo e non dimentichiamolo mai sempre parlando, citando McLuhan, di uno strumento freddo a servizio dell’uomo e non viceversa. 

Per far questo, la psicologia e la sua applicazione clinica, ci insegna che occorre fermarsi un attimo, concentrare e focalizzare l’attenzione sugli eventi e sul senso che hanno per ognuno di noi, in modo da trovare dei nessi, dei link di connessione per utilizzare i termini web, in modo da procedere, attivamente e non passivamente, verso la comprensione del pensiero che regola e induce i nostri agiti. 

Ormai abbiamo familiarizzato con il termine, lo abbiamo iniziato a comprendere e osservazione alla mano possiamo fermarci e rilevare un selfie diverso che ci porta su strade diverse da quelle consuete.

Proviamo.

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